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Un prologo di sessanta minuti è un patto che gli autori di questa serie vi costringono a stipulare, dopo il quale niente sarà più lo stesso e rimarrete così affascinati da non riuscire a smettere di guardare. “The Oa” è la più grande scommessa, per me vincente, di Netflix: un’opera sui generis, indie, ma non in senso irritante, una regia di impronta molto più britannica che americana, una fotografia che è già di per sé un elemento fondamentale della narrazione, una colonna sonora cullante e minacciosa al contempo. 

Del resto, gli autori di questa serie, Brit Marling, anche attrice protagonista e Zal Batmanglij si sono distinti negli scorsi anni all’interno del Sundance, festival americano dedicato al cinema indipendente, con film quali “Another Earth” e “The East”. La colonna sonora è curata dal fratello di Zal Batmanglij, Rostam, ex membro dei Vampire Weekend e, inoltre, nel cast è presente la cantautrice Sharon Van Etten. Come se non bastasse, tra i produttori esecutivi troviamo anche, fra gli altri, Brad Pitt e Jeremy Kleiner. Questi elementi già la inquadrano come una serie promettente e sicuramente atipica, senza contare l’alone di mistero che ne ha avvolto l’uscita, per niente pubblicizzata, il 16 Dicembre. Netflix ha rilasciato pochissime informazioni a riguardo, tra cui una trama scarna, che non sembrava poi così originale. Ed in effetti, per tutta la lunghissima opening di circa sessanta minuti, la storia non sembra prospettarsi come niente di memorabile; se, inizialmente, si rende interessante è per alcuni dettagli che lasciano trasparire la maestria dei due autori, tra cui dei dialoghi decentrati, volti a confondere ed insieme attrarre e respingere lo spettatore.

Sostanzialmente, la trama è questa: una ragazza, un tempo cieca, dopo essere sparita per sette anni, fa ritorno a casa con delle strane cicatrici sulla schiena e il dono della vista riacquistato; decide di non raccontare nulla né alla polizia, né ai suoi cari, ma nel frattempo instaura un legame particolare con un ragazzo problematico e altre quattro persone, le uniche alle quali svelerà, nel corso delle puntate, cosa le sia effettivamente successo, per uno scopo ben preciso. Questa, però, è solo una storia da contorno, dietro cui si cela il vero racconto, quello dei flashback. Un racconto in cui la vita e la morte danzano insieme, corteggiandosi costantemente. “Tutti siamo morti innumerevoli volte” afferma ben presto Prairie, la protagonista, o meglio, “Oa”, come si identifica da quando è tornata, e ancora non lo comprendiamo, ma è il concetto alla base di tutta la sua esistenza. Durante la lenta introduzione, può colpire la prima scena del pilot, il cui formato è quello del video di un cellulare (i video sono parte integrante e ricorrente nella storia) o quella sulla bicicletta, possono affascinare le riprese degli occhi o di parti dei volti attraverso delle quinte, come avviene nel camerino o tramite la videocamera di Prairie, che parla ad un personaggio misterioso, può commuovere il monologo di fronte alla professoressa, in cui emerge tutta la sensibilità della ragazza, in grado di leggere le persone e che pone l’accento su una tematica cardine della serie, ovvero cosa sia la sanità mentale -“non è certo segno di sanità mentale riuscire ad integrarsi bene in una società così malata” - ma vi troverete a spalancare gli occhi soltanto quando sopraggiungeranno i titoli di testa, dopo ben 57 minuti di girato, quando la Oa inizia a narrare. Come ad esplicitare che il vero inizio del telefilm sia, in effetti, proprio questo, ad un quarto d’ora dalla fine del pilot. E così, le parole di Prairie accompagnano le maestose, fredde, ma luminose immagini dei luoghi della sua infanzia, il tutto su un magico main theme, mentre scorrono i titoli di testa, in un'atmosfera da sogno: per spiegare come le sia tornata la vista, infatti, è fondamentale capire il modo in cui l’ha persa, da bambina, in quella che sembra (quasi è) un'altra vita. L’ultimo quarto d’ora del pilot è uno spettacolo nello spettacolo. Senza entrare nel dettaglio, perché non voglio spoilerarvi, le esperienze di “pre-morte” sono il fulcro della narrazione, sia sotto un punto di vista soprannaturale, dalle tinte fiabesche, sia sotto quello scientifico, a partire dalla seconda puntata (la guarderete subito).

Quello che rende unico questo telefilm è il modo in cui la fantascienza viene trattata. Se, a tratti, potrà ricordare un altro prodotto di Netflix, “Stranger Things”, per la tematica del rapimento, per il multiverso e per il fatto che si configuri come un lungo film di 8 ore, d’altra parte il ritmo è totalmente differente. “The Oa” richiede un atto di fede, che affiora in una richiesta di Prairie ai suoi ascoltatori, in realtà rivolta a noi: “ad un certo punto capirete perché siete qui, ma dovete di fingere di credermi, fino a quando mi crederete effettivamente”. Una richiesta che è una promessa. "The Oa" ti disorienta e richiede una grande dose di sospensione dell’incredulità, perché inserisce la fantascienza in un mondo che apparentemente è talmente freddo e ordinario da far risaltare ancor di più l’elemento fantastico. Mentre in “Stranger Things” esso aleggia dai primi minuti, qui entra prepotentemente solo negli ultimi. Solamente dopo aver visto i primi due episodi, ci rendiamo conto del senso che avevano certe frasi del pilot, che ci parevano decontestualizzate, tant’è che ogni puntata richiederebbe più di una visione per comprenderne tutti gli spunti, un po’ come un film di Lynch. In effetti, “cosa è successo a Prairie?” poteva essere il nuovo “chi ha ucciso Laura Palmer?” oppure il “where is Jessica Hyde?” di Utopia, ma qui le risposte, per quanto strampalate, non tardano ad arrivare. Da segnalare anche l’omaggio a “Strangers on a train” (Delitto per Delitto) di Hitchcock. Ad ogni modo, nonostante la serie possa strizzare l'occhio e omaggiare diversi prodotti seriali e cinematrografici, non è identificabile con nessuno di essi.

Il cast, tra cui ritroviamo anche Scott Wilson (Hershel in The Walking Dead), mi è parso all’altezza e i personaggi secondari più promettenti, al momento, sembrano essere la professoressa, forse la più umana e sensibile di tutti, infatti instaura subito una connessione mentale con Prairie (alcune scene mi hanno evocato anche Sense8, altro prodotto di Netflix) e il bullo, soprattutto per la chiave di lettura che ne dà la protagonista.

Proprio come Prairie fa con i suoi ascoltatori, vi chiedo di darmi fiducia, di avere pazienza e giungere circa al sessantesimo minuto dell’episodio, anche se la visione non vi sta del tutto convincendo e vi prometto che resterete stupefatti ed anche voi incantati da quello che potrebbe rivelarsi l’ennesimo gioiellino, made in Netflix.

 

VOTO 4 SU 5

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Author: Disorder
About me

Appassionata di serie tv di tutti i generi, da quelle di qualità a quelle trash, fin dai tempi pre-Lost in cui ne uscivano relativamente poche ed era possibile seguirle tutte, conducendo al contempo una piena vita sociale. Adesso ha perso molte ore di sonno e parte della sua vita sociale per poter stare al passo - arrancando. Se dovesse scegliere le cinque serie tv a cui è più affezionata, queste sarebbero Lost, Alias, Twin Peaks, Doctor Who e Once upon a time, anche se sta soffrendo per averne lasciate fuori un'altra decina. Prova empatia prevalentemente per personaggi cattivi perché sono caratterizzati meglio, con quelli che maiunagioia e spesso secondari.

Oltre alle serie tv si nutre di film, musica, arte, fotografia, grafica, libri e viaggi.

 

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