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La prima stagione di The Oa è stata uno dei migliori prodotti che io abbia mai visto, con quel finale di una potenza emotiva e metaforica impressionante e l’atmosfera onirica, magica, empatica e poetica che ha permeato tutto il racconto della prigionia di Praire. The Oa è la storia di un angelo tangibile e reale, una donna normale - se non fosse che di ordinario, in realtà, non ha nulla - che ha dato speranza per sette anni ai suoi quattro compagni di sventura e, suo malgrado, anche al loro rapitore e che ha unito e, per questo, salvato in molteplici modi la vita di quattro ragazzi e della loro bizzarra professoressa a cui ha lasciato in eredità il proprio racconto, prima di “saltare”, proprio grazie ad essi, da qualche altra parte, per finire ciò che aveva iniziato. The OA è la fiaba di persone che si sono salvate l’un l’altra grazie ad una donna che ha insegnato loro ad ascoltare gli altri e se stessi o a stringersi nel più forte degli abbracci, senza potersi nemmeno toccare. Praire è un angelo salvifico ed anche una femminile e moderna Ulisse, per restare in tema omerico, tornata a casa dopo una tormentata odissea, spintasi fino ad una dimensione ultraterrena, di cui veniamo a conoscenza grazie alle sue parole e dalle cui logiche restiamo affascinati; il suo viaggio, però, non si è ancora concluso.

In verità, avrebbero anche potuto mettere il punto due anni fa, lasciandoci con la certezza della realizzazione del suo compito, ovvero di aver raggiunto di nuovo i compagni di reclusione per poter venir loro in soccorso, il tutto racchiuso in quell’Homer pronunciato in favore di camera nel finale, ma Brit Marling e Zal Bratmanglij hanno un progetto preciso in mente, che intende dispiegarsi per ben 5 stagioni, portando il racconto su una e più dimensioni molto complesse e facendone un discorso, forse, sempre meno intimista. Ed è questo l’aspetto che mi è più mancato nella seconda stagione, la perdita della dimensione intimista a favore di un ampliamento di vedute e di un discorso elaborato su più piani narrativi, quello del thriller, del mistery con venature horror, della fantascienza in una chiave comunque differente dalla precedente stagione, più tecnologico-futuristica, quello videoludico, quello onirico che strizza l’occhio al Lynch di Twin Peaks e non solo; un cambio di rotta senza dubbio inaspettato, ma in tal modo la serie ormai ha in comune con la prima stagione soltanto i personaggi che già conosciamo e questo risulta essere per alcuni spettatori, me compresa, troppo spiazzante. Mentre in una serie come Maniac il continuo cambio di registri si riconcilia perfettamente con la dimensione del racconto, in questo caso sembra in parte stonare. Troppi nuovi personaggi entrano in campo e con uno spazio considerevole, senza, però, amalgamarsi adeguatamente alle dinamiche create nella precedente stagione; non a caso, le scene più emozionanti sono state, a mio avviso, quelle che vedevano protagonisti BBA ed il gruppo di ragazzi o anche Scott, Rachel e gli altri.

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Pensare ad un seguito per questo prodotto implicava già in sé la perdita di quel salto della fede che la prima stagione ci richiedeva, la nostra decisione se credere o meno alle gesta di una donna che per la società poteva comunemente essere inquadrata come una malata di mente – ma non è certo indice di sanità mentale essere ben integrati in un mondo così malato – con il dubbio instillatoci dai libri sotto al suo letto, pieni di riferimenti ai dettagli della sua cronaca; certamente anche la forma narrativa del racconto non poteva più trovare lo stesso spazio, purtroppo, però, è andata parzialmente disperdendosi anche la poesia dietro quegli strambi cinque movimenti che hanno creato unione fra persone perse, spaventate, disadattate, sole ed emarginate, che aveva acquisito una potenza tale da riportare in vita ciò che era perito e da contrapporsi con forza maggiore alla violenza di un uomo armato. Infatti, non a caso, il momento più angosciante e che a mio parere  poteva essere quello maggiormente riuscito dell’intera stagione viene deprivato della potenza collettiva e salvifica della prima stagione, pur emozionando comunque lo spettatore. Non che non venga dato peso alle relazioni tra i personaggi, ma l’attenzione è sbilanciata verso un giallo, con nuovi protagonisti, che accompagna l’incedere della narrazione, attraverso un registro narrativo davvero distante da quello della prima stagione. Se il discorso delle dimensioni alternative, già preannunciato nella prima stagione e che qui prende corpo è senza dubbio ammaliante e colpisce l’immaginario dello spettatore, la trama, invece, nel suo dispiegarsi su più fronti, con nuovi elementi e personaggi non sufficientemente caratterizzati, risulta meno coesa ed assume connotazioni troppo distanti da ciò che abbiamo precedentemente visto: basti pensare che la vera protagonista quasi non è nemmeno Praire, ma un nuovo personaggio, legato indissolubilmente al mistero che fa da padrone al thriller, la cui correlazione agli eventi riguardanti i protagonisti e la storia che conoscevamo, a ben vedere, per quanto fondamentale, in realtà è configurata solo marginalmente.

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Se i cinque movimenti, per quanto stravaganti e trasmessi da una dimensione celestiale, in grado perfino di riportare in vita dalla morte, nella prima stagione ci sono sembrati perfettamente integrati nella narrativa della serie, naturali poiché rivestiti da quel senso metaforico di unione e salvezza di cui parlavo precedentemente, alcune trovate di questa seconda parte mi sono sembrate un po’ troppo sopra le righe, quasi fuori luogo, come se certi espedienti possano essere perfettamente accettabili in un’opera Lynchana e non in qualcosa che ne ha voluto trarre ispirazione - per quanto drappeggi rossi a contornare donne bionde sono sempre un omaggio gradito. Se le atmosfere Lynchane sono riscontrabili prevalentemente nel corpo centrale della storia e per quanto concerne i piani dimensionali, l’aspetto ludico ed il giallo ad esso connesso occupano uno spazio eccessivo nella costruzione della trama, che, come detto, si discosta troppo dai toni della prima stagione e ciò a mio parere rende tutto più distaccato e meno intimo, anche se senza dubbio visivamente eccezionale ed intrigante. Non sto dicendo che questa seconda parte sia brutta: se fosse la prima stagione di un’altra serie sarei anche soddisfatta, ma non è la piega che immaginavo e ciò che cercavo in The OA. Non ci sono quei momenti di pura poesia con una sceneggiatura che ti colpisce al cuore per il suo lato profondamente umano sulle note di una suggestiva colonna sonora. In questo modo, la magnifica esperienza visiva cui siamo sottoposti nella seconda stagione rimane un virtuosismo fine a se stesso, con pochissimi momenti in cui riscontriamo quella delicatezza a cui The OA ci aveva abituati. Una linea di continuità la possiamo riscontrare nelle immagini finali, che ancora una volta si prestano a diverse interpretazioni e potrebbero richiederci un differente salto della fede o della non fede, forse, per cui, nonostante le mie perplessità sul cambio di rotta e sul diverso registro utilizzato, mi auguro vivamente che venga rinnovata perché voglio assolutamente venire a conoscenza dei piani di Praire e di Brit e Zal.

 

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About me

Appassionata di serie tv di tutti i generi, da quelle di qualità a quelle trash, fin dai tempi pre-Lost in cui ne uscivano relativamente poche ed era possibile seguirle tutte, conducendo al contempo una piena vita sociale. Adesso ha perso molte ore di sonno e parte della sua vita sociale per poter stare al passo - arrancando. Se dovesse scegliere le cinque serie tv a cui è più affezionata, queste sarebbero Lost, Alias, Twin Peaks, Doctor Who e Once upon a time, anche se sta soffrendo per averne lasciate fuori un'altra decina. Prova empatia prevalentemente per personaggi cattivi perché sono caratterizzati meglio, con quelli che maiunagioia e spesso secondari.

Oltre alle serie tv si nutre di film, musica, arte, fotografia, grafica, libri e viaggi.

 

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