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La sensazione che ho provato di fronte a questo terzo capitolo della serie è stata quella che suppongo appartenga ad una madre che vede i suoi figli crescere: da un lato ne sei fiera ed emozionata, dall'altro ti mancano quegli aspetti genuini, puri ed innocenti tipici del mondo dei bambini di cui ormai non fanno più parte.

Questo era proprio uno degli aspetti di cui mi ero innamorata nelle prime due stagioni, la purezza dell'amicizia tra bambini, un ricordo lontano, quasi inconcepibile agli occhi di chi è cresciuto e si è lasciato contaminare dalle dinamiche che regolano le interazioni tra adulti. Il gruppo, che evocava i protagonisti di alcuni libri di Stephen King e di diversi film degli anni '80, è qualcosa che, inevitabilmente, è venuto un po' a mancare, essendosi trasformato in un legame differente, quello che rispecchia piuttosto le nuove esigenze di ragazzini che stanno attraversando la loro fase adolescenziale e che si prendono i propri spazi. Forse è per questo che mi sono sentita un po' come Will durante tutta la visione di questa stagione.

Intendiamoci, i sottogruppi che si sono venuti a formare funzionano perfettamente, soprattutto il terzetto costituito dall'ormai super amato Steve, il suo fedele compagno di avventure Dustin e una fantastica new entry, Robin, personaggio azzeccatissimo; ma anche il duo Hopper e Joyce (supportati da altri due personaggi che interagiscono con loro) regala diversi momenti esilaranti ed emozionanti. Come era prevedibile, le coppie che si sono formate nella scorsa stagione, Max e Lucas e Eleven e Mike, tendono a prendersi i propri spazi e gli interessi cominciano a mutare, allontanandoli dai momenti comunitari in cui giocavano tutti insieme e spingendoli, sempre di più, dapprima verso l'esplorazione della sfera sentimentale in maniera più "adulta" e successivamente verso una vera e propria spaccatura tra ragazzi e ragazze, scoprendo quanto queste due realtà siano così distanti tra loro in quella fase della crescita. Quindi, il gruppo coeso che quasi non faceva caso alle differenze di genere, perché quando si è bambini non è qualcosa di primaria importanza, ora vede una prima, inevitabile frattura tra maschi spaventati che non capiscono le femmine e ragazze che vogliono trovare una propria indipendenza a prescindere dai loro ragazzi. Ho apprezzato molto che le due coppie non siano state ritratte allo stesso modo: mentre Mike e Eleven sono più spiccatamente due teenagers presi da un amore totalizzante, che tende a farli isolare dagli altri, Lucas e Max sono rimasti legati ad un sentimento ancora molto simile all'amicizia e proprio di un'età pre-adolescenziale. Le dinamiche presentate sono assolutamente oneste e rispecchiano la psiche di quell'età, creando anche sketch divertenti nei due gruppi che si vengono a formare, così come, a dispetto delle premesse nella scorsa stagione, l'amicizia tra Max e Eleven, già intuibile dai trailer, è una delle novità migliori della stagione; allo stesso tempo, però, questo stato di cose crea uno straniamento sia nel membro del gruppo che è rimasto più indietro rispetto agli altri e quasi sembra non voler crescere, Will, sia in una fetta degli spettatori, me compresa, che si trova catapultata prepotentemente in una nuova fase della vita dei personaggi che aveva lasciato fino a ieri in cantina a giocare a Dungeons & Dragons e a cui, forse, non era ancora pronta. In quest'ottica, Will è un personaggio con un gran potenziale, poiché vive un conflitto interiore che potrebbe rivelare delle sorprese: non è chiaro se si tratti semplicemente di un ritardo nella crescita rispetto ai suoi amici, oppure se il suo disinteresse verso la sfera femminile possa nascondere un orientamento sessuale di tipo omosessuale o, ancora, se sia indice di asessualità. Questa stagione - e non solo - sembra aver seminato degli indizi in tal senso, per poi accantonare la questione nella seconda metà della narrazione, riducendo Will ad un semplice gps per il Mind Flayer. Forse i fratelli Duffer non hanno avuto il coraggio di sbilanciarsi al momento e stanno sondando le reazioni del pubblico per capire cosa fare, oppure hanno delle idee ben precise, ma non ritenevano fosse ancora il momento per svilupparle. Sicuramente, introdurre una riflessione sul suo malessere per poi accantonarla in corso d'opera mi è parso un passo falso, ma se trovasse adeguato spazio nella prossima stagione, allora approverei la scelta.

A livello di trama, sebbene nel complesso tutto funzioni e sia altamente intrattenente, con un ritmo costante che, tempo permettendo, potrebbe spingere al binge watching in una sola giornata, si possono riscontrare due tendenze: da un lato non si può non notare una certa ripetitività delle situazioni che si vengono a configurare e che alla lunga potrebbe stancare e dall'altro il fatto che sia stato privilegiato più del solito il comparto comico talvolta crea delle forzature e stonature. Assistiamo da sempre ad una situazione di pericolo causata da un'emanazione del Sottosopra, in cui sappiamo arriverà Eleven a salvare tutti, con l'aggiunta, in questa stagione, di Will che riesce a captare il pericolo per il brivido che avverte dietro al collo: se ci fate caso, ci sono almeno quattro scene che si svolgono in questo modo, variando solo alcuni degli elementi in gioco. Del resto, era inevitabile giungere al momento in cui sarebbe diventato un limite il fatto di poter ricondurre l'elemento fantastico esclusivamente al Sottosopra, ragion per cui, a mio avviso, una serie come Stranger Things avrebbe dovuto avere al massimo tre stagioni, magari con una conclusione in stile IT che vede loro ormai cresciuti tornare ad estirpare definitivamente il male. Le stagioni, invece, pare saranno cinque e questo mi fa temere che il pubblico possa stancarsi del Sottosopra per come lo conosciamo (la scena dopo i titoli di coda è un chiaro esempio di un effetto deja-vù che non può ripetersi ancora a lungo). C'è da dire, in tal senso, che stanno cercando di rendere Eleven meno risolutiva e la condizione in cui si ritrova alla fine di questa stagione potrebbe creare una variante e spunti interessanti proprio per trovare una soluzione alla ripetitività di cui la serie, inevitabilmente, inizia a soffrire, almeno per quanto riguarda l'impianto fantascientifico. Per quanto riguarda la comicità, essa è davvero onnipresente in questa stagione ed è un elemento che ho anche gradito perché si ride davvero di gusto, ma occorre sottolineare come, alle volte, possa far perdere credibilità a delle situazioni che dovrebbero essere rischiose per i personaggi, smorzando quei toni cupi che caratterizzavano Stranger Things precedentemente. Forse questa scelta è dovuta a voler controbilanciare la piega maggiormente horror intrapresa in questa stagione, per permetterne la fruizione anche a quel pubblico non amante del genere.

L'effetto nostalgia è ancora un elemento fondamentale nella serie, con un'attenzione sempre maniacale per i dettagli: la location del centro commerciale, i vestiti, il cinema, la gelateria evocano quell'immaginario comune degli spettatori che hanno vissuto direttamente o indirettamente quegli anni. Per quanto riguarda le citazioni, appare preponderante la scelta di omaggiare i b-movie in diverse situazioni, che finiscono, però, per apparire esagerate e stereotipate, come ad esempio con l'introduzione di un villain alla stregua di Terminator, russi malvagi senza alcuno spessore psicologico e liquefazioni un po' al limite del ridicolo. Tutto è voluto, per conferire l'atmosfera precedentemente citata e per strappare un sorriso allo spettatore, cosa che gradisco e mi diverte, ma forse in Stranger Things ho preferito i toni lievemente più seri e misteriosi e le citazioni più "colte" delle precedenti stagioni. Escluso il momento in cui al cinema viene proiettato Ritorno al Futuro, lì la nerd che è radicata in me ha esultato prepotentemente o anche quando viene citata "La Cosa".

Viene introdotto anche un nuovo argomento, che del resto mi stupiva non essere stato affrontato fino ad adesso, ovvero quello del sessismo e della difficoltà per la donna ad emergere o anche solo semplicemente ad essere presa in considerazione nel mondo del lavoro. Anche in questo caso, però, la tematica nella seconda parte della narrazione viene accantonata, pur volendo sottolineare come il personaggio femminile in questione, Nancy, avesse ragione, ma è qualcosa che purtroppo non le verrà riconosciuto se non dalla sua cerchia intima.

 

Anche la tematica LGBT trova spazio in questa stagione, con un coming out inaspettato e trattato con una delicatezza che mi ha stupito, soprattuto per la reazione del personaggio a cui viene confessata. Una scena davvero perfetta.

Se da una parte il genere comedy sembra fare da padrone nella narrazione, supportato dalle interpretazioni di tutto il cast, non mancano comunque delle scene drammatiche ed emotivamente destabilizzanti, che vedono protagoniste ancora una volta la già rodata Millie Bobby Brown, che ci mostra nuovi aspetti e preoccupazioni di Eleven, Noah Schnapp, che si riconferma un bravissimo attore, anche se a Will viene dato meno spazio di quello che avrei voluto gli dedicassero (c'è una scena che vi strapperà il cuore), ma soprattutto un sorprendente Dacre Montgomery, che porta sullo schermo un Billy maggiormente protagonista e con un'intensità pazzesca, la cui storia, già intuibile nel precedente capitolo, mi ha commossa. Un plauso va fatto inoltre a Maya Hawke per essere stata la new entry più amata dal pubblico.

Dal punto di vista tecnico, siamo su un livello di regia sempre alto, con un montaggio curatissimo ed una fotografia davvero appagante per la vista. Il tutto accompagnato dalla consueta colonna sonora anni '80 irresistibile e che non stanca mai.

Nel complesso non si può dire che questa terza stagione non sia riuscita, anzi ha riconquistato anche il pubblico che si era un po' allontanato dopo la seconda stagione e tiene incollati allo schermo nonostante i difetti. Se poi vi piace l'idea di vedere i nostri protagonisti crescere, sarà ancora più facile che vi convinca pienamente.

Vi lascio con un'ultima domanda: chi sarà l'americano della scena post credits? Sarà veramente scontato come sembra? Io, in questo caso, me lo auguro, perché è l'unica ragione che rende più sopportabile l'attesa fino alla prossima stagione, dopo un finale così straziante.

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Author: Disorder
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Appassionata di serie tv di tutti i generi, da quelle di qualità a quelle trash, fin dai tempi pre-Lost in cui ne uscivano relativamente poche ed era possibile seguirle tutte, conducendo al contempo una piena vita sociale. Adesso ha perso molte ore di sonno e parte della sua vita sociale per poter stare al passo - arrancando. Se dovesse scegliere le cinque serie tv a cui è più affezionata, queste sarebbero Lost, Alias, Twin Peaks, Doctor Who e Once upon a time, anche se sta soffrendo per averne lasciate fuori un'altra decina. Prova empatia prevalentemente per personaggi cattivi perché sono caratterizzati meglio, con quelli che maiunagioia e spesso secondari.

Oltre alle serie tv si nutre di film, musica, arte, fotografia, grafica, libri e viaggi.

 

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