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Dopo la poetica "The OA", Netflix osa di nuovo con questa serie sperimentale, scritta da Patrick Somerville (The Leftovers) e Cary Fukunaga (True Detective) e girata da quest'ultimo, centrando ancora una volta il bersaglio. Inquadrare Maniac in un genere preciso non è impresa facile: non si tratta esclusivamente di una serie drama, essendo pervasa da un sottile umorismo e ricca di situazioni al limite del grottesco, ma non si può nemmeno definire una dramedy come quelle a cui siamo abituati; la fantascienza sta alla base di tutto il contesto in cui sono inseriti i personaggi, ma all'interno della narrazione si svilluppano altri filoni quali il thriller noir, la spy-story, il fantasy, la commedia, con le loro sottotrame, che trovano poi un senso nella lettura globale dell'opera, di pari passo con l'analisi psicologica dei protagonisti. I riferimenti letterari, cinematografici e seriali sono innumerevoli, grazie anche alla mescolanza di generi di cui parlavo poc'anzi: si spazia da Nolan ai fratelli Cohen, da Tarantino a Kubrick, da Lynch a Ridley Scott, da Gondry a Spike Jonze, passando per Don Chisciotte, Black Mirror, Lost, Fringe, Dirk Gently, Mr. Robot, senza che per questo la serie perda originalità o finisca per essere un pasticcio.

Pur servendosi di tematiche fantascientifiche oramai abusate, come quella del "multiverso", in un senso un po' improprio del termine o delle macchine senzienti, la narrazione risulta originale ed intrigante perché affianca questo filone a qualcosa di terribilmente reale, come una malattia mentale. Sia che si tratti di schizofrenia, che di depressione o di disturbo borderline, la serie non solo ci mostra il dolore e le conseguenze che comporta esserne afflitti, ma trasporta sia noi spettatori che i protagonisti stessi all'interno delle loro menti, quasi conferendo un'aura poetica ai mondi onirici che la psiche, stimoltata dal trattamento che li rende reali, riesce a creare e che a tratti sono mortalmente pericolosi, ma anche straordinariamente affascinanti. Questi "riflessi", come vengono chiamati nella serie, sono realtà alternative comunque migliori della società in cui il malato vive in condizioni di incompreso ed emarginato, perché in esse vi trova rifugio o riscatto, facendo funzionare, spesso tramite un ribaltamento dei ruoli, quello che nella sua esistenza ha provocato il trauma. Occorre, però, fare il passo successivo, liberarsi della condizione alla base del disturbo, altrimenti si rischia di rimanere intrappolati nel proprio dolore, anche in uno scenario in cui si ha ogni cosa che si desidera, lettura importante per far comprendere a chi guarda che ad un malato non basta ottenere tutto ciò che vuole per guarire, se prima non affronta la radice del suo malessere.

La realtà - quella vera - in cui si muovono i personaggi fin dal principio non è comunque quella che conosciamo, sembra quasi frutto essa stessa di un'elaborazione di un vecchio computer: la storia è ambientata in una New York retrofuturistica (come una persona negli anni '70 o '80 poteva immaginarsi il futuro), notevolmente giapponesizzata e pervasa dalla pubblicità in maniera nettamente invasiva, non solo tramite cartellonistica, ma anche attraverso la figura dell'Ad buddy - espediente molto black mirroriano - letteralmente un'inserzione vivente, una persona a cui rivolgersi quando si è a corto di soldi, che provvede alle tue necessità, in cambio dell'ascolto perpetuo di una serie di annunci. La tecnologia è perfettamente integrata nella società, ma tramite aspetti che ci appaiono, per l'appunto, retrò, come dei robot che puliscono la strada o macchinari con funzioni futuristiche ma dall'aspetto datato, oppure inutili e grotteschi come un pupazzo "vivente" che gioca a scacchi, fungendo da compagnia artificiale; questo ambiente contribuisce ad accrescere il senso di alienazione dei personaggi, i rapporti umani non sono più autentici quando esiste persino un'applicazione attraverso cui trovare persone che interpretino la parte di un amico. In tale contesto si inserisce, quindi, la Neberdine Pharmaceutical, laboratorio in cui è stato sviluppato un metodo alternativo e, pare, infallibile per curare le malattie mentali. Come viene spiegato ai personaggi ed agli spettatori stessi tramite un bizzarro filmato, che ricorda tantissimo l' Orientation della Dharma di Lost, il processo di guarigione prevede l'uso di tre pillole per tre fasi diverse: la prima implica l'individuazione del trauma attraverso la pillola A, che ricrea lo scenario in cui esso è avvenuto per portarlo alla luce, rivivendolo, la seconda comporta l'analisi delle componenti biologiche, psicologiche e sociali dell'individuo in questione grazie alla pillola B, che configura realtà alternative in cui emergono i punti ciechi, i labirinti ed i meccanismi di difesa che la mente usa per nascondersi da noi stessi e l'ultima conduce al confronto finale ed all'accettazione mediante la pillola C, con cui si affronta la situazione, scardinando di fatto le proprie barriere e fornisce una via sana per passare oltre e, quindi, di fatto guarire. I dati ottenuti vengono mappati da una macchina senziente, la GRTA, che analizza questi mondi fantastici, quasi realtà parallele in cui si muovono i protagonisti dopo aver assunto le pillole e che vengono generati attingendo agli elementi dell'inconscio, proprio come avviene quando sogniamo. E qui è richiesta allo spettatore particolare attenzione se si vuole godere pienamente l'esperienza visiva, poiché parte integrante della comprensione dello show è l'individuazione in questi universi onirici degli elementi che richiamano la realtà, delle persone sconosciute incrociate casualmente che rivestono un ruolo nello scenario, dei transfert attraverso elementi grotteschi o bizzarri, ma che svelano la psiche di chi sta venendo analizzato e i suoi meccanismi di difesa. Un'atmosfera onirica lynchana, quindi, permea tutta la serie, in particolare questa fase del racconto. Cosa succede, però, se la macchina che dovrebbe analizzare con distacco professionale le menti dei pazienti, viene dotata anche soltanto di un pizzico di empatia e si ammala a sua volta, a causa della solitudine? Perché alla fine è di questo che si tratta, di quanto si possa sentire isolata una persona che soffre di un disturbo mentale e di come la terapia da sola non basti perché è insita nell'uomo la necessità di allacciare relazioni con gli altri, siano esse in forma di amicizia o amore.

I due protagonisti della serie, Owen, un impeccabile Jonah Hill e Annie, una ancor più magistrale Emma Stone, sono l'emblema di questo concetto. Owen vive non solo da reietto per la società a causa della sua malattia che gli fa perdere anche il lavoro, ma in primis viene emarginato dalla sua benestante famiglia, che non lo ripudia unicamente per mantenere una buona reputazione, ma lo relega ad una posizione di contorno, una presenza invisibile, escluso persino dai quadri di famiglia e considerato solo per ottenere dei favori; la sua malattia non gli permette di distinguere cosa sia davvero reale, rendendolo estremamente paranoico e lo convince che in realtà lui sia una persona importante, il prescelto da cui dipendono le sorti del mondo intero. Jonah Hill è sorprendentemente abile nel trasmettere lo stato catatonico di Owen, dovuto alla sua depressione e la sua afasia anche quando gli accade qualcosa di bello.

maniac disagio seriale 1

Annie, a sua volta sola e senza un lavoro, non riesce ad elaborare un lutto ed è profondamente depressa, anche se non è in grado di ammetterlo e di esternare quello che sente, trovandosi a mentire patologicamente e a mutare repentinamente umore; ciò le comporta una dipendenza ed in particolare abusa della pasticca A, prima ancora di sottoporsi al trattamento, perché ha bisogno di rivivere costantemente il suo trauma. Emma Stone è bravissima a restituire ogni sfumatura del suo sfaccettato personaggio, attraverso la recitazione e la gestualità, rendendo facile allo spettatore empatizzare con lei. La serie si concede il giusto tempo per presentarci entrambi adeguatamente, dedicando ad Owen l'intero primo episodio e ad Annie il secondo, la macchina da presa è totalmente a loro servizio, segue i personaggi senza mai anticipare il racconto. La terapia li farà incontrare e la loro interconessione (casuale o programmatica?) sarà parte integrante del percorso. Owen e Annie non sono i soli a sottoporsi al trattamento, ma degli altri personaggi ci viene detto davvero poco, poiché fungono esclusivamente da contorno alla storia: se da una parte ciò può costituire un difetto, dall'altra, se i due protagonisti fossero stati gli unici, avrebbe avuto meno rilevanza la loro connessione e, del resto, dedicare delle puntate ad approfondire gli altri avrebbe rischiato di allungare inutilmente il brodo.

Se anche una macchina apparentemente infallibile, una volta dotata di empatia, può ammalarsi, non sono certamente immuni nemmeno i medici che dovrebbero curare i nostri protagonisti: l'eccentrico e spesso sopra le righe professore James deve fare i conti con il complesso di Edipo e con le sue nevrosi , mentre la bella dottoressa Azumi, vista la quantità di sigarette che fuma e la devozione ossessiva per il suo lavoro, che non la fa mai uscire dal laborario, potrebbe soffrire di una forte forma di stress. I due dottori sono al centro di una sottotrama altrettanto interessante, ma forse eccessivamente parodistica e macchiettistica, di cui l'elemento migliore è senza dubbio l'ingombrante madre di James, Greta, una Sally Field che ci regala un'ottima performance.

Oltre alla già citata regia, un plauso va fatto alla fotografia: la bellezza di certi frame è davvero disarmante e accresce la qualità di questa miniserie. Ben curata e memorabile anche la colonna sonora. E sì, Fukunaga ironizza inserendo un piano sequenza anche in Maniac, anche se tarda un po' ad arrivare.

maniac disagio 2

Maniac non è di certo una serie tv lineare e richede un piccolo sforzo iniziale da parte dello spettatore: non è semplice comprendere dove voglia andare a parare, ma dalla terza-quarta puntata tutto diverrà più chiaro e l'esperienza visiva alla fine dovrebbe ripagarvi pienamente. Anche se non la ritengo una serie adatta a tutti, provate a darle una possibilità: trattare in tal modo una tematica spinosa come la malattia mentale, non è certo da tutti.

 

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Author: Disorder
About me

Appassionata di serie tv di tutti i generi, da quelle di qualità a quelle trash, fin dai tempi pre-Lost in cui ne uscivano relativamente poche ed era possibile seguirle tutte, conducendo al contempo una piena vita sociale. Adesso ha perso molte ore di sonno e parte della sua vita sociale per poter stare al passo - arrancando. Se dovesse scegliere le cinque serie tv a cui è più affezionata, queste sarebbero Lost, Alias, Twin Peaks, Doctor Who e Once upon a time, anche se sta soffrendo per averne lasciate fuori un'altra decina. Prova empatia prevalentemente per personaggi cattivi perché sono caratterizzati meglio, con quelli che maiunagioia e spesso secondari.

Oltre alle serie tv si nutre di film, musica, arte, fotografia, grafica, libri e viaggi.

 

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