Dopo la poetica "The OA", Netflix osa di nuovo con questa serie sperimentale, scritta da Patrick Somerville (The Leftovers) e Cary Fukunaga (True Detective) e girata da quest'ultimo, centrando ancora una volta il bersaglio. Inquadrare Maniac in un genere preciso non è impresa facile: non si tratta esclusivamente di una serie drama, essendo pervasa da un sottile umorismo e ricca di situazioni al limite del grottesco, ma non si può nemmeno definire una dramedy come quelle a cui siamo abituati; la fantascienza sta alla base di tutto il contesto in cui sono inseriti i personaggi, ma all'interno della narrazione si svilluppano altri filoni quali il thriller noir, la spy-story, il fantasy, la commedia, con le loro sottotrame, che trovano poi un senso nella lettura globale dell'opera, di pari passo con l'analisi psicologica dei protagonisti. I riferimenti letterari, cinematografici e seriali sono innumerevoli, grazie anche alla mescolanza di generi di cui parlavo poc'anzi: si spazia da Nolan ai fratelli Cohen, da Tarantino a Kubrick, da Lynch a Ridley Scott, da Gondry a Spike Jonze, passando per Don Chisciotte, Black Mirror, Lost, Fringe, Dirk Gently, Mr. Robot, senza che per questo la serie perda originalità o finisca per essere un pasticcio.

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