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In un'era in cui, grazie allo sviluppo tecnologico ed alla sua diffusione, chiunque può avere accesso alle notizie che cerca, con il vantaggio di una facile accessibilità all'informazione, ma lo svantaggio di incappare, se non si è accorti, frequentemente nelle fake news, verrebbe da guardare al passato come un lido più sicuro da questo punto di vista. Purtroppo, il disastro di Chernobyl - e non solo - è una pesante testimonianza di come si costruisce una menzogna e la si ammanta di verità, riportando solo 31 vittime nel bilancio ufficiale dell'Unione Sovietica fermo all'87, a fronte di una stima reale che vede la cifra spaziare da 4.000 a 93.000 morti. Persone che si sono sacrificate e vittime inconsapevoli, a causa della disinformazione sulla pericolosità del nucleare.

La miniserie Chernobyl, scritta da Craig Mazin (sceneggiatore di pellicole di tutt'altro genere come "Una notte da leoni" o "Scary movie") e diretta da Johan Renck (autore di video musicali davvero notevoli e regista di alcuni episodi di Breaking Bad) si apre battendo proprio su questo punto, sul bisogno di conoscere la verità, mentre i potenti designano un capro espiatorio che paghi per le colpe di tutti, poiché nessuno vuole mai assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Una testimonianza, affidata a delle registrazioni, che viene negata e che si cerca di insabbiare in tutti i modi, ma le bugie costituiscono un debito verso la verità, che prima o poi verrà pagato. La narrazione si sviluppa dalla notte in cui, presso la centrale nucleare V.I. Lenin, situata nell'Ucraina Sovietica, a 3 km dalla città di Pryp"jat' e 18 km da quella di Černobyl, venne effettuato il test di sicurezza che causò, all'ora locale 1:23 circa del mattino, l'esplosione del reattore nucleare 4: vengono esplorate le azioni che condussero al disastro, le conseguenze, le indagini che ne seguirono e lo sforzo di tutti coloro che contribuirono a tamponare i danni, evitando una catastrofe di maggiore portata.

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Chernobyl è una serie angosciante e cruda, che vuole mostrare i fatti il più possibile per come sono andati (la prospettiva americana secondo me non pesa poi molto), dove se qualcosa viene romanzato possono essere i dialoghi, trattandosi pur sempre di un prodotto televisivo, ma non gli avvenimenti raccontati, eccetto qualche licenza per esigenze narrative. Il punto di vista è interno alla vicenda, poiché viene dato risalto alle azioni di quelle persone che sui libri di storia - che comunque trattano fin troppo marginalmente un episodio di tale rilevanza e gravità - sono dei signori nessuno: la manovalanza della centrale, i pompieri, i sommozzatori, i minatori. Più di 600.000 persone si sono recate a lavoro nella Zona Proibita, nonostante si stessero diffondendo voci sulla pericolosità delle radiazioni, ed hanno permesso che la situazione non degenerasse con conseguenze peggiori rispetto a quelle che ancora oggi stiamo pagando. E se magari molti, a causa della disinformazione di cui parlavo poc'anzi, non erano a conoscenza dei rischi che stavano correndo o non ci credevano realmente, altri hanno sacrificato consapevolmente la propria vita e meritano di essere ricordati come gli eroi che sono stati, come la serie li dipinge. Inoltre, vengono riportate le gesta di tre persone, cruciali per il contenimento del disastro, che si sono opposte a chi voleva nascondere tutto: Valerij Alekseevič Legasov (Jared Harris), scienziato caposquadra del team che lavora a Chernobyl dopo l'esplosione e si occupa dell'evacuazione della zona, l'ingegnere nucleare bielorussa Ulana Khomyuk (Emily Watson)Boris Shcherbina (Stellan Skarsgård), assegnato dal Cremlino a capo della commissione governativa a supporto di Legasov.

L'ingegnere nucleare Ulana Khomyuk è, in realtà, un personaggio fittizio che racchiude in sè la testimonianza di tutti i fisici e ingegneri che collaborarono con Legasov. L'operato della scienziata è stato fondamentale nella comprensione delle azioni che hanno generato l'esplosione del nocciolo, grazie alle sue interviste presso l'ospedale di Mosca in cui vennero ricoverati i lavoratori della centrale dopo la contaminazione. Questo perché, come viene evidenziato più volte nella serie, chi ha dovuto fronteggiare l'incidente si è trovato di fronte a qualcosa di mai accaduto prima nella storia, con un team che non era assolutamente preparato sul test che avrebbe dovuto svolgere (l'ingegnere Toptunov aveva solo 25 anni e 4 mesi di servizio) ed un sistema di sicurezza che poteva diventare l'innesco di una bomba nucleare, come è successo. Ulana è una donna intraprendente e profondamente umana, la cui collaborazione con Legasov contribuisce non solo alla risoluzione dei fatti dal punto di vista scientifico, ma anche e forse soprattutto, dal lato umano.

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Anche Boris Shcherbina giocherà un ruolo cruciale, pur sembrando per gran parte della narrazione uguale a tutti gli uomini al potere, ligio al dovere e avvezzo alla menzogna, oltre che scettico circa l'effettiva pericolosità dell'incidente, di cui in sostanza non sapeva niente: ci vorrà del tempo e la consapevolezza di stare pagando le conseguenze del disastro sulla propria pelle, prima che inizi ad ascoltare realmente Legasov, con cui, comunque, costituisce un duo che funziona perfettamente nella narrazione e a cui alla fine ci rendiamo conto di essere profondamente legati.

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Il professore Legasov, interpretato da un Jared Harris in procinto di vincere l'Emmy per la straordinaria interpretazione, è il personaggio centrale, colui che ha il ruolo chiave nella vicenda e che, infine, tormentato dal senso di colpa e spinto e supportato da Ulana e Boris, si fa portavoce della verità che nessuno vuol vedere, scegliendo deliberatamente di non essere una pedina della scacchiera in cui è stato deciso a tavolino chi vincerà e chi perderà. Solo grazie al suo intervento altri reattori dello stesso modello di quello di Chernobyl sono stati messi in sicurezza e già questo la dice lunga su come vengono gestiti materiali pericolosi, anche in seguito ad incidenti di tale portata. Se è vero che i tre diretti responsabili della centrale, il direttore Viktor Bryukhanov, il capo ingegnere Nikolai Fomin e l'assistente capo ingegnere Anatolij Djatlov hanno pagato con un prezzo troppo basso le loro colpe (uno dei tre, dopo i dieci anni di lavori forzati è addirittura tornato a lavorare in una centrale nucleare), l'ex Unione Sovietica (magari non tutta e, sì, qui c'è un po' di visione americana della vicenda) aveva una forte responsabilità e ne stava uscendo sostanzialmente pulita. C'è da dire che il presidente Gorbachev sostenne che il disastro di Chernobyl fu la vera causa scatenante della dissoluzione dell'Unione Sovietica nel '91; ciò, però, non sembra nemmeno lontanamente paragonabile al prezzo che hanno dovuto pagare le persone rimaste coinvolte direttamente e indirettamente nell'incidente, i bambini colpiti da malattie gravi come il cancro e anche tutti gli animali domestici, unici abitanti rimasti nelle zone abbandonate dopo l'evacuazione, poi sterminati poiché contaminati. Aspetto quest'ultimo che non sempre viene trattato e che, per quanto doloroso da vedere soprattutto per gli animalisti o chi è sensibile all'argomento, ho apprezzato che sia stato messo in luce.

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Verrebbe spontaneo, per molti spettatori, giudicare l'irresponsabilità dei civili che hanno sottovalutato i rischi e pensato che quella notte si fosse trattato essenzialmente di un incendio. Occorre, però, tenere presente che non vi era un'adeguata conoscenza in materia di radiazioni e, del resto, ancora oggi, anche se tutti sappiamo come sia andata, continuiamo a far uso dell'energia nucleare, perché fa sempre comodo credere che gli errori non si ripeteranno, quando la nostra intera storia è la testimonianza di sbagli che ciclicamente commettiamo di nuovo. Infatti, oltre alle indagini e all'operato degli scenziati e dei lavoratori all'indomani dell'esplosione, ci vengono mostrati anche sprazzi della vita quotidiana della popolazione intorno alla zona della centrale, che potrebbero fungere da intermezzi per spezzare la tensione, mostrando sostanzialmente la vita che va avanti, se non fosse che percepiamo aleggiare l'inevitabilità di un destino tragico, cui la maggior parte delle persone è andata incontro. Senza dimenticare il personaggio di Lyudmilla Ignatenko, moglie di un pompiere chiamato a spegnere il fuoco causato dall'esplosione del reattore, una donna che ci commuove con la sua ostinazione nel rimanere fino all'ultimo a fianco al marito, ignorandone le conseguenze non solo per se stessa.

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A livello tecnico questa miniserie vanta una sceneggiatura solida ed impeccabile, che ci fa dimenticare gli orrori cui HBO ci aveva sottoposti nell'ultimo mese con la messa in onda di Game of Thrones, una regia puntuale, senza sbavature e adeguata alla tipologia del racconto, non priva di momenti particolarmente ispirati, in cui si denota la provenienza di Renck dal mondo dei video musicali, scene in qualche modo tragicamente poetiche, come la sequenza della prima puntata sul Ponte della Morte, che raccontano l'ingenuo stupore della popolazione di fronte alla tragedia. La fotografia, con i toni prevalentemente scuri e cupi delle ambientazioni chiuse, sottoterra o notturne, illuminati soltanto dalle luci artificiali o dai bagliori dell'esplosione e dal fuoco si presta a trasmettere ancora meglio l'angoscia, la disperazione provata dai protagonisti e la durezza delle immagini. Anche le riprese esterne diurne sono dotate di quella patina che restituisce il senso di distruzione dei luoghi nella Zona Proibita, diventati ormai città fantasma. Il montaggio contribuisce a creare tensione e mantere il ritmo serrato dall'inizio alla fine dei 5 episodi in cui si dipana il racconto. Assolutamente degna di nota è anche la colonna sonora, che concorre a conferire maggior inquietudine alle scene. La cura con cui è stato scelto il cast e sono state riprodotte le scenografie è davvero impressionante.

Non può che essere spaventoso e straziante osservare per 5 episodi gli effetti della radiazione sui corpi delle persone colpite dalla contaminazione, sempre più irriconoscibili di ora in ora a causa delle ustioni e del deterioramento, eppure non dovremmo distogliere lo sguardo perché la serie vuole farci ricordare qualcosa che hanno cercato di nascondere in tutti i modi e che faremmo bene a ricordare anche al giorno d'oggi.

 

 

 

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Appassionata di serie tv di tutti i generi, da quelle di qualità a quelle trash, fin dai tempi pre-Lost in cui ne uscivano relativamente poche ed era possibile seguirle tutte, conducendo al contempo una piena vita sociale. Adesso ha perso molte ore di sonno e parte della sua vita sociale per poter stare al passo - arrancando. Se dovesse scegliere le cinque serie tv a cui è più affezionata, queste sarebbero Lost, Alias, Twin Peaks, Doctor Who e Once upon a time, anche se sta soffrendo per averne lasciate fuori un'altra decina. Prova empatia prevalentemente per personaggi cattivi perché sono caratterizzati meglio, con quelli che maiunagioia e spesso secondari.

Oltre alle serie tv si nutre di film, musica, arte, fotografia, grafica, libri e viaggi.

 

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