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Lo so, questa serie è piaciuta da morire praticamente a tutti e, prima che partano gli insulti, il mio non è un giudizio sulle persone che l’ hanno gradita. Ne faccio più una questione di presa di coscienza, perché questo show non è nemmeno lontanamente un capolavoro, con tutti i difetti che ha ed i messaggi non propriamente positivi che lancia. Ciò non esclude, comunque, come è successo, che possa piacere tantissimo per svariate ragioni e nonostante i difetti, solo bisognerebbe riconoscerne la mediocrità oggettiva, specialmente quando si è estremamente severi con altre serie tv. Posso farvi l’esempio di un sacco di telefilm che tanto mi hanno presa, ma che nemmeno al terzo cocktail mi sognerei di definire capolavori, né avevano la pretesa di esserlo. E qui un po’ me la prendo con la Casa di carta, invece, che l’ambizione ad essere una serie di qualità ce l’ha, fallendo miseramente.

Quindi, eccovi la mia analisi (decisamente spoiler, quindi leggete a vostro rischio e pericolo) in cui sviscero tutti i motivi per cui la ritengo una serie tv esageratamente sopravvalutata.

La sceneggiatura da soap opera mancata.

Pur catturando l'attenzione dello spettatore, lo show presenta dei grossi problemi di sceneggiatura ed un ritmo frammentato a causa degli elementi da soap opera su cui si regge e che accrescono la già scarsa credibilità di ciò che vediamo sullo schermo. Non che mi aspettassi grande qualità, dato che prima di finire sotto le mani di Netflix, la serie è stata prodotta per l’emittente televisiva Antena 3, praticamente l’equivalente di un canale Mediaset in Spagna e ideata da Alex Pina, già famoso per “Los serrano”, ovvero “I Cesaroni” in Italia e produttore dell’adattamento spagnolo di “Tre metri sopra il cielo”. Provate a pensarci bene: quanto minutaggio viene dedicato effettivamente alla rapina e quanto alle dinamiche imbarazzanti interne alle storie d’amore? Non c’è forse uno squilibrio? Più che una serie tv, non vi sembra una sorta di soap opera, di quelle che introducono al loro interno qualche argomento più grande di loro, che alla fine risulta davvero poco credibile nella resa, perché non ci sono gli strumenti per svilupparlo adeguatamente?

A dispetto di ciò che mi era stato detto, fino ad oltre metà della prima stagione il ritmo è lentissimo (ci ho messo quasi due mesi a concludere la prima stagione, non mi era mai successo), dovendo lasciar spazio alla creazione delle basi entro cui si sviluppano le storie d’amore su cui si regge lo show. Ad onor del vero, però, ho registrato un miglioramento verso la fine della prima stagione e per tutta la seconda, che ho finito, invece, in due giorni: la maggior parte degli avvenimenti riesce a tener viva la curiosità dello spettatore, uno dei motivi per cui secondo me la serie ha conquistato così tante persone, ma purtroppo, ogni volta in cui un espediente si fa un minimo interessante, il ritmo è frammentato da dialoghi imbarazzanti e romanticismo da soap opera, che tolgono ogni velleità di serietà a quest’opera. Inoltre, molto spesso, la sospensione dell’incredulità cui dovremmo fare appello per accettare i fatti che vediamo sullo schermo è davvero eccessiva. Devo riconoscere, ad ogni modo, che se, nonostante il tedio provocato dalla banalità del lato romantico e dei dialoghi, lo spettatore rimane incollato per scoprire cosa accadrà alla fine al Professore ed alla sua banda, ciò costituisce assolutamente un punto di forza per la serie tv.

Le storie d’amore sono davvero troppe, sceneggiate banalmente con dialoghi trasposti dai Baci Perugina e tolgono tempo all’unico elemento interessante della serie, le dinamiche della rapina, andando a smorzarne i toni. Con quell’enfasi da soap ed una scrittura troppo spagnola, in cinque giorni si innamorano tutti perdutamente, senza una costruzione credibile delle relazioni che nascono, arrivando a rischiare la propria vita per degli sconosciuti. Assistiamo anche a numerose scene di sesso random perché hanno tutti l’ormonella, precedute da dialoghi degni di film porno con trama ridicola e donne mezze nude o in atteggiamenti provocanti a caso, giusto per attirare lo spettatore maschile.

  

 

I personaggi ed il maschilismo imperante.

I personaggi sono del tutto stereotipati, con un background appena accennato, non compiono alcun percorso di crescita, alcuni sono ridotti a comparse (vedi Oslo), altri a caricature (vedi Helsinki), non c’è introspezione psicologica, non sappiamo quasi niente di loro e quel poco di cui veniamo a conoscenza non è abbastanza per farci empatizzare, elemento che sarebbe fondamentale in una serie tv in cui i cattivi dovrebbero essere i buoni. Magari sì, inconsciamente verrebbe da tifare per i sequestratori (a me non è scattato nemmeno questo), ma non tanto perché ci affezioniamo alle loro personalità, che di fatto non sono caratterizzate o alle loro motivazioni (per nulla realmente rivoluzionarie), ma più che altro perché gli ostaggi sono insignificanti, il direttore della Zecca è odioso e la polizia sprovveduta. Inoltre sono quasi tutti degli incompetenti, il senso di creare un piano studiato nel dettaglio e affidarlo a loro prorio non lo colgo.

Tokyo viene presentata fin da subito come la protagonista e voce narrante che commenta tutti gli avvenimenti, ma non se ne comprende la necessità e nemmeno la motivazione dal momento che ha un ruolo pari a quello di tutti gli altri suoi compagni. Pur essendo immotivatamente la protagonista, risulta essere il personaggio più odioso, instabile, capriccioso, volubile: rischia di mandare più volte a monte il piano solo perché non si fa a modo suo o per Rio, che un giorno ama, poi forse no, si è stufata, poi sì certo fuggiamo e stiamo insieme per l’eternità. Del suo passato conosciamo soltanto la morte dell’ex a causa sua, il rapporto con la madre e la questione della porta, ed è pure uno dei personaggi di cui ci viene detto di più. L’aspetto della sua libertà in campo sessuale sarebbe dovuto essere, a mio avviso, un elemento positivo ed emancipatorio, invece è sfruttato esclusivamente come pretesto per attirare pubblico maschile, così come parecchie scene in cui compaiono delle donne un po' svestite e ammiccanti a caso, perché usate al solo fine di provocare (questo telefilm starebbe davvero bene su un canale Mediaset); si percepisce frequentemente quell’aria da incipit di un film porno scadente. Inoltre, Tokyo si dimostra prepotente nei confronti di Alison, con quel bacio del tutto gratuito mentre la terrorizza e minaccia, sempre per strizzare l’occhio al pubblico maschile con una scena lesbo erotica, ma che in pratica è un abuso fatto e finito - e quindi di erotico non dovrebbe avere niente. Il sessismo ed il maschilismo purtroppo pervadono la serie, lanciando messaggi totalmente sbagliati perché non vengono condannati, ma anzi praticamente veicolati. Rio, l’hacker super intelligente (?) è un ragazzino immaturo e un po’ banderuola, degno compare di Tokyo nel mettere a rischio il piano, poco più di una macchietta e la storia tra i due è irritante fin dall’inizio. Denver è un ignorantello, il classico finto cattivo che scopri essere in realtà un “bravo ragazzo”, solo molto sfotunato, vittima delle circostanze ed il suo personaggio si rivela del tutto insignificante dal momento in cui la maggior parte del minutaggio a lui dedicato riguarda la sua storia con l’ostaggio Monica, banalizzazione della sindrome di Stoccolma. Denver crede di essere stato abbandonato dalla madre e di poter contare solo su suo padre, ma c’è un prevedibilissimo twist che ribalta la situazione, chiaramente al fine di farli litigare proprio poco prima della dipartita del genitore e permettere la riconciliazione sul letto di morte, un classico cliché da soap opera. Lo ricordiamo anche per un aberrante discorso pro-vita rivolto proprio a Monica, che chiede una pillola abortiva non volendo crescere il figlio avuto con l’amante Arturo, che l’ha abbandonata dopo esserne venuto a conoscenza poco prima della rapina, ma viene persuasa da Denver a rinunciare perché non ci sono ragioni che tengano, ormai è incinta e deve assumersi le sue responsabilità perché abortire è uccidere (le offre anche dei soldi per non farlo, ho il ribrezzo se ci ripenso). Suo padre, Mosca, sarebbe stato un bel personaggio, forse è l’unico di cui mi interessasse qualcosa, ma anche in questo caso la caratterizzazione si sofferma alla superficie, non si va oltre il rapporto con il figlio, che è anche stereotipato. Oslo ed Helsinki sono poco più che delle comparse di cui non sappiamo niente, a parte che Helsinki è gay ed è un po’ la spalla comica, giusto perché è un omone grosso e gay. Anche Nairobi poteva essere un gran personaggio, eppure sembra che tutta la sua vita si riduca al suo status di madre, come se non le fosse accaduto altro, come se l’esistenza di una donna sia riconducibile esclusivamente alla maternità (una madre ovviamente dipinta negativamente, come Raquel). Il twist con cui si mette a capo dell’operazione e l’iconica battuta d’effetto: “ora inizia il matriarcato” (scena che mi era piaciuta moltissimo) promettevano una svolta per il personaggio ed anche per le idee trasmesse dalla serie, peccato che qualche puntata dopo Nairobi lasci di nuovo il potere a Berlino con la coda tra le gambe, perché è l’ennesima donna che viene descritta come un’incapace, non in grado di detenere il comando, dato che non la rispetta nessuno e, quindi, viene rimessa al suo posto. E poi c’è Berlino. Senza dubbio è il personaggio caratterizzato meglio rispetto agli altri, quello che denota più scaltrezza ed un comportamento effettivamente da criminale, un cattivo autentico. Peccato che la serie dipinga positivamente quelli che dovrebbero uscirne peggio e quindi ecco che Berlino, un maschilista, narcisista, egoista e stupratore, che per tutto il tempo in scena minaccia donne, abusa di Ariadna, fa discorsi sessisti, elogia la dittatura, cita Mussolini - ma poi canta “O bella ciao” - alla fine incarna l’eroe che salva tutti (sulle parole “il fiore del partigiano morto per la libertà”, io l’ho trovato offensivo per il valore di questa canzone), senza aver intrapreso alcun percorso redentivo nell’arco della storia, tranne questa unica scena. Capite che la posizione che la serie prende nei suoi confronti è molto grave, perché di fatto è come se non condannasse la sua condotta, ma la avallasse, come se una vita intera da pezzo di merda fino all’ultimo giorno all’interno della Zecca gli venisse perdonata perché si sacrifica lasciando uscire i suoi compagni - che poi se non avesse avuto i mesi di vita contati per la malattia non lo avrebbe mai fatto. Non fraintendetemi, Berlino è un personaggio caratterizzato bene e fondamentale per la serie, ma non doveva uscirne così positivamente, sarebbe stato perfetto se fosse rimasto il villain dall'inizio alla fine perché quella è la sua natura. Senza contare il tentativo di romanticizzare il suo rapporto con Ariadna, che si offre a lui da disperata, credendo che sia l’unico modo per uscirne viva e che lui stupra ripetutamente, raccontandosi la storia che il loro è amore. Il pubblico dovrebbe empatizzare con Ariadna, peccato che quando alla fine la ragazza si sfoga rivelando che Berlino le fa schifo e che i loro rapporti sessuali sono stupri, afferma anche che rimarrà con il sequestratore una volta uscita dalla Zecca, sopportando per qualche mese la situazione finché non morirà e potrà avere i suoi soldi. Una vittima di violenza dipinta come una arrivista è un altro aspetto pericoloso che confonde il pubblico su un tema così sensibile e non fa onore a questa serie tv. Anche del Professore, l’ideatore di questo brillante piano, sappiamo poco e niente. Va bene conservare del mistero su un personaggio così affascinante, ma per renderlo davvero accattivante e memorabile occorrerebbe caratterizzarlo con dovizia, andando oltre l’ennesima storia d’amore banalizzata con la negoziatrice della rapina, di cui ovviamente si innamora perdutamente, anche se l’ha usata dall’inizio ed il sentimento era l’unica variabile che non aveva previsto. A che cliché siamo arrivati? E poi c’è la povera Raquel, su cui il maschilismo degli sceneggiatori si è decisamente accanito. Te la presentanto come una donna a capo di un gruppo di poliziotti tutti maschi ed al comando dell’operazione di negoziazione per il rilascio degli ostaggi. Questo potrebbe far pensare ad un messaggio femminista, peccato che per tutta la serie Raquel venga tratteggiata come una completa incapace. Ogni volta che ha un’intuizione si rivela fallimentare o è fregata dal Professore e viene messa ripetutamente in imbarazzo da quest’ultimo durante le telefonate con allusioni sessuali davanti a tutti i suoi colleghi che ascoltano (tra l’altro molte volte la fanno sorridere come se sotto sotto le piacesse). Devono sempre intervenire degli uomini a risolvere le situazioni; il caso viene praticamente decifrato grazie all’ex marito, un violento che ha anche un ordine restrittivo nei confronti di Raquel, ottenuto a fatica visto che nessuno le credeva (tutti pensavano fosse gelosa essendosi lui messo con la sorella, mentre lei lo ha denunciato proprio per difenderla), ma che è il più brillante nel suo lavoro e infatti appena interviene è una manna dal cielo. Molto pericoloso anche questo aspetto perché l’ex marito è dipinto esclusivamente come una persona per bene, un padre affettuoso, un brillante agente della scientifica, non viene assolutamente mostrato il lato violento che nasconde, come se non esistesse, anzi addirittura durante la rissa con il Professore non gli torce un capello, in modo da far sembrare Raquel una bugiarda e da avallare quell’idea che le donne che denunciano violenza contro persone così rispettabili effettivamente potrebbero essersi inventate tutto. Ingenuamente, Raquel si lascia avvicinare al bar da uno sconosciuto di cui in cinque giorni si innamora al punto tale da raccontargli dettagli segreti del caso, farsi accompagnare in luoghi decisivi per l’indagine come il casale e non sospettare mai minimamente di lui, nemmeno ripensando al fatto che è stato nella tenda dei poliziotti e subito dopo le informazioni hanno incominciato a trapelare. Inoltre, si sottolinea ripetutamente come il suo lavoro sia un ostacolo per la sua maternità, è sempre assente e la figlia preferirebbe vivere con il padre (siamo nel 2018? Perché non mi sembra da questi messaggi). Alla fine poteva avere una rivalsa sul sistema, ma viene prima sospettata di essere complice e infine le fanno lasciare il lavoro. E non dimentichiamoci che Raquel ha anche uno stalker, il suo collega Angel, innamorato di lei in maniera ossessiva, che non accettando il suo rifiuto, le continua a far pressioni, standole addosso e dandole il tormento, colpevolizzandola perché semplicemente è andata avanti o frequenta qualcuno, ma anche lui ne esce più positivamente di lei, arrivando a risolvere il caso, anche se spinto da motivazioni non proprio idilliache.

 

 

La non credibilità degli eventi.

Per quanto riguarda la non credibilità degli avvenimenti, se facessi un elenco dovrei trascrivere la quasi totalità della sceneggiatura, ma cerco di riportarvi qualche grosso esempio. Il comportamento della polizia non è mai all’altezza né realmente temibile e sì, spesso nei telefilm le forze dell’ordine si dimostrano discretamente incapaci, ma qui si oltrepassa il limite quando Tokyo viene liberata (scena che devo dire mi è piaciuta perché visivamente è riuscita, con Berlino che la spinge giù tramite il carrellino) e a momenti riesce a scappare perché tutti la guardano, stile i nemici in Sailor Moon quando aspettano che si trasformi e riesce anche a colpire gli agenti. O, peggio ancora, quando sempre Tokyo ritorna dentro alla Zecca (ma perché!) indisturbata in sella alla moto e nessun cecchino riesce a ferirla o mandarla fuori strada. Per non parlare della scena dell’identikit del Professore, quando in una tenda piena di poliziotti, il russo viene lasciato da solo senza nessuno che lo controlli mentre sta tratteggiando il volto decisivo per il caso e quindi può cancellare tutto indisturbato, dopo le minacce ricevute tramite radiolina. Allo stesso modo, i rapinatori sembrano tutti alquanto impreparati, tranne Berlino, pur dovendo essere una squadra scelta con dovizia dal Professore: si stupiscono nella prima puntata quando la polizia ovviamente risponde al fuoco, vengono fregati più volte da ostaggi non proprio coraggiosi e scaltri come Arturo o per colpa dell’amore, lasciano in giro armi incustodite, perdono tempo a litigare tra loro invece di sorvegliare. Degli ostaggi, poi, non si ha mai la percezione effettiva di quanti siano, dove stiano, come siano suddivisi, chi li sorvegli, dato che spesso i rapinatori sono quasi tutti raggruppati nella stessa stanza e anche loro non sono per niente caratterizzati, nemmeno quelli che vediamo comparire più spesso come Arturito, Ariadna o Alison. Quest’ultima poi sembrava dover essere un elemento fondamentale nell’operazione, poteva servire alla sceneggiatura per approfondire adeguatamente il discorso serio sulle ideologie e sulla politica (poi torneremo su quest’altra nota dolente) ed effettivamente all’inizio si stava andando verso questa direzione, totalmente accantonata in questa stagione, in cui la sua presenza è andata dissolvendosi nel nulla. Estremamente fortuito il modo in cui il professore riesce sempre a salvarsi in corner per quasi tutto il suo arco narrativo, anche quando è già praticamente stato scoperto e questo va ad inficiare la credibilità di altri personaggi, già non dipinti propriamente positivamente, come Raquel e di tutta la serie stessa. Non è assolutamente credibile che lo lascino girare quasi indisturbato al casale essendo lui un civile o che riesca ad entrare nella tenda della polizia, peraltro quando non è ancora nessuno nemmeno per Raquel. Molte altre trovate sono interessanti (la fuga da finto barbone), ma a lungo andare infastidisce che la maggior parte di ciò che vediamo sia totalmente nonsense. Inoltre, ad un certo punto, sembrava volessero intraprendere un percorso alla Breaking Bad con il Professore, dato che è costretto a compiere alcune azioni riprovevoli per non farsi scoprire, come tentare di uccidere la madre di Raquel, per poi pentirsene e tirarsi indietro e forse sarebbe stato un po’ più interessante trattare di come il potere possa dare alla testa a persone che partono con intenti più o meno nobili, ma hanno preferito, ovviamente, accantonare l’idea per concentrarsi sull’ennesima storia d’amore. Alla fine, poi, la polizia si lascia sfuggire un camion decisamente sospetto che guarda caso sta uscendo dal nascondiglio del Professore e sembra che basti cambiare acconciatura (vedi Tokyo) o mettersi una cuffietta (vedi Rio) per non essere più riconoscibili, cioè Sailor Moon levati proprio. C’è un grosso problema anche con la percezione del tempo della narrazione: dovrebbero essere passati cinque giorni e abbiamo dei titoletti che scandiscono giorni della settimana ed ore (un po’ alla 24), ma si ha l’impressione che accadano veramente troppe cose perché sia passato così poco tempo, così come è irrealistica la quantità di banconote stampate con un numero così ridotto di ostaggi a lavorarci.

 


Rivoluzione o populismo?

La Casa di Carta dovrebbe essere una serie rivoluzionaria, eppure i discorsi del Professore sono estremamente populisti e faziosi. Il monologo sulle banche è imbarazzante, inoltre, come accennato, durante diverse scene si fa un uso decisamente improprio della canzone dei partigiani “O bella ciao”, espediente che ho trovato personalmente fuori luogo in bocca a dei populisti o ad una persona come Berlino. Tra l'altro, gli intenti rivoluzionari lasciano presto il tempo che trovano, visto che poi in realtà lo fanno tutti esclusivamente per interessi personali e che non viene dato per nulla risalto al messaggio, ma solo al fatto che non stanno rubando il denaro di nessuno, giusto per accaparrarsi facili simpatie.

 

Questi sono i maggiori difetti che ho riscontrato durante la visione. La serie è già stata rinnovata per una terza e quarta stagione, che credo proverò comunque a guardare per capire se aggiustano il tiro. Secondo me aveva più senso fermarsi qui, non solo perché non mi è piaciuta, ma perché non penso riusciranno ad attirare di nuovo così tanto l’attenzione del pubblico, esaurito l’arco narrativo della rapina. Potrebbero raccontarci della vita dei sequestatori una volta fuggiti dalla Zecca e degli ostaggi (un po’ alla Prison Break dopo che fuggono), mostrarci dei flashback del loro passato prima di incontrarsi in modo da caratterizzarli, ma sarà difficile mantenere viva l’attenzione questa volta.

 

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About me

Appassionata di serie tv di tutti i generi, da quelle di qualità a quelle trash, fin dai tempi pre-Lost in cui ne uscivano relativamente poche ed era possibile seguirle tutte, conducendo al contempo una piena vita sociale. Adesso ha perso molte ore di sonno e parte della sua vita sociale per poter stare al passo - arrancando. Se dovesse scegliere le cinque serie tv a cui è più affezionata, queste sarebbero Lost, Alias, Twin Peaks, Doctor Who e Once upon a time, anche se sta soffrendo per averne lasciate fuori un'altra decina. Prova empatia prevalentemente per personaggi cattivi perché sono caratterizzati meglio, con quelli che maiunagioia e spesso secondari.

Oltre alle serie tv si nutre di film, musica, arte, fotografia, grafica, libri e viaggi.

 

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